Nel cuore della Baja California Sur per scoprire la rinascita della barriera corallina più antica del Pacifico
In Baja California, l'incontro tra il deserto e l'oceano crea un contrasto che sorprende sempre. In questa terra di estremi, la vita impone le sue regole. Ed è nel lontano sud di questa penisola che sorge Cabo Pulmo, il santuario marino che ha riscritto la storia della conservazione.
Per raggiungerlo, devi prima dimostrare di volerlo davvero.
Lasciandosi alle spalle la caotica città di La Paz, sono circa tre ore in cui il paesaggio si fa progressivamente sempre più aspro: gli ultimi venti chilometri sono uno sterrato accidentato, che serpeggia sollevando nuvole di polvere. Eppure, man mano che ci si addentra in questo ambiente remoto, si percepisce che ci si sta dirigendo verso qualcosa fuori dal tempo, un luogo con un non-so-che di speciale. È come se a proteggerlo ci fosse una soglia invisibile dove le regole del mondo moderno sfumano definitivamente.

Una volta arrivati, la prima sensazione può essere straniante: Cabo Pulmo è un piccolo villaggio di centoventi anime che vivono attorno ad un’unica strada di sabbia battuta, e poche accessi laterali. La via principale è un susseguirsi di insegne in legno e mute di neoprene stese ad asciugare al sole: ci sono agenzie di subacquea ovunque. È il segno tangibile di ciò che ha reso questo remoto avamposto, famoso in tutto il mondo. Qui, dove un tempo i pescatori hanno lasciato un mare svuotato, oggi prospera l'unica barriera corallina dura del Pacifico nord-orientale.
Mi dirigo verso la fine del villaggio e l‘omonima spiaggia, sperando di orientarmi e capire come procedere. Riconosco subito il chiosco in legno che funge da centro informazioni di tutta l’area protetta: sono titubante, non mi convincono mai questi metodi “ufficiali”. Un addetto sta chiudendo, la giornata qui è già terminata e non avrei altre possibilità per chiedergli informazioni. Devo provarci. La sua risposta però è un cortese ma irremovibile muro burocratico: "Per fare interviste servono autorizzazioni scritte e permessi".
Sono i guardiani del reef, e la loro diffidenza verso chi viene da fuori è il fortino che protegge questo luogo.

Del resto, me lo aspettavo. Conosco questo genere di chiusure. So che la via maestra, in questi casi… è quella laterale, meno canonica, ma spesso più efficace.
Mi incammino lungo la strada sterrata e spingo la porta scricchiolante del piccolo emporio del villaggio. L'interno è fresco. Il bancone è vuoto, finché Alicia non fa capolino spostando una tenda di stoffa che separa il negozietto da quella che molto probabilmente è il resto della sua casa. Prendo una bottiglia d'acqua e una banana, l’essenziale che mi permette di presentarmi e spiegarle il motivo della mia vista: in modo informale, e un po’ sottotraccia le chiedo come sia cambiata la vita qui. È titubante, mi guarda di sottecchi, ma la familiarità del momento la convince a concedermi qualche battuta.

«Sono qui da otto anni,» mi dice, pesando le parole. «Cambiamenti? Be', sì, ce ne sono stati un bel po'. Qui ormai è tutto per le immersioni. Il villaggio, tutto ruota attorno a quello.»
Le chiedo come vede il futuro di questo luogo, se pensa che si espanderà. Scuote la testa energicamente: «Non penso che crescerà ancora. Non c'è proprio modo. Le regole del Parco non permettono che arrivi o si costruisca per altra popolazione da fuori. È tutto bloccato per proteggere il mare.»
E per i ragazzi che nascono qui? Il miracolo ecologico si traduce in un miracolo sociale?
Alicia sospira: «Prendi i miei nipoti. Sono nati qui, ma sono dovuti andare a La Paz. Qui le scuole si fermano alle medie, non c'è la preparatoria (il liceo). Se vuoi che abbiano un futuro, devono andare via a studiare. Loro stanno a La Paz tutta la settimana e tornano qui nel weekend. Vivono là, ma la loro vera casa è questa... Sì, per loro un bel futuro ci sarà, ma con dei sacrifici.»
Il campanello della porta suona. Entra un cliente alla ricerca di qualche prodotto fresco per la giornata. L'attenzione di Alicia si sposta immediatamente. Capisco che il mio tempo è scaduto. Mentre prendo il resto, si china leggermente verso di me e sussurra: "Se vuoi conoscere la vera storia di Cabo Pulmo, vai in fondo alla via. Cerca Ricardo Castro Montaño. È lui l'uomo che stai cercando".

La memoria dell'oceano: dai cercatori di perle all'esaurimento delle reti
È proprio questo che intendevo per “via laterale”. Esco dall'emporio e mi incammino verso l'estremità del villaggio. Per comprendere appieno la portata di ciò che sto per ascoltare, bisogna fare i conti con la brutale storia di questa penisola. Fin da quando i primi esploratori spagnoli vi misero piede, il Mare di Cortez è stato percepito come un inesauribile caveau da saccheggiare. Prima i pirati, poi i balenieri, e infine la grande corsa alle perle del XIX e inizio XX secolo. La Bassa California era una frontiera spietata, un "Far West" marittimo dove si estraeva ricchezza a ritmi insostenibili, lasciando dietro di sé solo gusci vuoti. Quando i banchi perliferi della baia di La Paz, un tempo celebri in tutto il mondo per le perle nere e la madreperla, iniziarono a mostrare i primi drammatici segni di esaurimento termodinamico, le famiglie furono costrette a spingersi verso sud, cercando nuovi fondali incontaminati in cui immergersi.
Seguendo il consiglio di Alicia, trovo Don Ricardo seduto all'ombra del portico di casa sua, l'incarnazione vivente di quella migrazione secolare. È un uomo che sembra scolpito nel granito della Sierra, con le mani grandi e nodose di chi ha passato la vita a stringere cime salate. Quando mi avvicino e gli spiego il motivo della mia visita, il suo sguardo si fa comprensibilmente guardingo, sulla difensiva, come chi ha visto troppi forestieri fare domande per poi sparire. Eppure, con l'ospitalità tipica di queste parti, mi invita a sedermi su una sedia impagliata.
"Ma non ho tempo per queste cose, devo andare dal dottore", mette subito in chiaro, cercando di tracciare un confine netto. Insisto con garbo, facendo leva su qualche sorriso, sul rispetto per la sua storia e promettendogli che gli avrei rubato solo cinque minuti. Lui mi scruta, poi risponde al sorriso a mezza bocca, sconfitto dalla mia ostinazione. Quei cinque minuti diventeranno mezz'ora e del dottore ce ne dimenticheremo.
La testimonianza di Ricardo Castro Montaño, pioniere della conservazione
Don Ricardo, la ringrazio. Per capire il miracolo di Cabo Pulmo dobbiamo tornare alle radici. Qual è la storia di questo piccolo villaggio?
Ricardo Castro Montaño: La storia di questo piccolo villaggio inizia negli anni '20 o '30. La mia famiglia prima stava a La Paz, furono i miei nonni e parenti a venire qui. Loro erano buzos perleros, pescatori di perle. Jesús Castro Fiol era leggendario: si buttava giù nell'oceano in apnea profonda, senza bombole, solo con la forza dei suoi polmoni per raccogliere la madreperla sul fondo. Era un lavoro durissimo. È così che è iniziato tutto… con un lungo respiro trattenuto sott'acqua! (Ride, ricordando il passato).
Ma poi i banchi perliferi si esaurirono. Eravate pescatori, cosa accadde negli anni '80?
Ricardo Sr.: Il mare era cansado, esausto. Le reti tornavano vuote. E la benzina per le barche costava più di quello che guadagnavamo col poco pesce pescato. Per non fare la fame, intere famiglie di qui dovevano caricare i camion e salire fino a Bahía Magdalena, sul lato del Pacifico. Andavamo lì d'estate a pescare aragoste e abaloni, faticando e litigando con le cooperative locali, per poi tornare qui in inverno.
Verso la metà degli anni Novanta avete deciso di fermarvi. Un villaggio di pescatori che rinuncia alle reti. Come è stato possibile?
Ricardo Sr.: Io ora non sono più un pescatore, non riesco, ma mai dire a un uomo che ha sempre pescato di non farlo più... C'erano scontri tra i vecchi e i giovani, è normale. Ma la verità è che già alla fine degli anni '70 avevamo iniziato a portare in barca quei pochi stranieri che arrivavano, per fargli vedere la barriera. Così ci siamo presto resi conto che il pesce rendeva di più vivo, che morto sulla barca. O facevamo questo cambiamento o dovevamo andarcene per sempre.
Provo a spingere l'intervista su un piano più “filosofico”. Gli chiedo della forza ineluttabile della natura, di cosa ci insegni un mare tanto estremo e imprevedibile quando si scontra con il deserto. Mi aspetto una risposta intrisa di fatalismo messicano, ma Don Ricardo è un pescatore, forgiato dalla fatica, non dalla poesia. Ignora totalmente il mio tentativo e mi riporta bruscamente a terra.
Qui il deserto si scontra con l'oceano. Quando il mare diventa così imprevedibile, cosa ci insegna sul rispetto che noi umani dovremmo avere per la natura?
Ricardo Sr.: Non c'entra niente il mare imprevedibile. Il vero problema è che non c'è una vera regolamentazione della pesca. Arrivavano flotte da fuori, principalmente da Sinaloa (uno stato del Messico che confina al nord con Chihuahua e Sonora e a ovest con il golfo della California) con reti enormi e distruttive, spazzavano via tutto. Questo è quello che i governi dovrebbero preoccuparsi di fermare, è lì che manca il rispetto.
E oggi? A pochi chilometri a sud c'è Los Cabos, la capitale dei mega-resort. Come vede il futuro?
Ricardo Sr.: Incerto, molto incerto, come vuoi che lo veda. Il turismo porta un po' di soldi, ma se non è controllato porta distruzione. Devi costruire case, hotel, dai un servizio ma inquini l'ambiente. Io l'ho conosciuta Cabo San Lucas ai vecchi tempi: c'erano asini, vacche e cavalli che dormivano placidi tra i cespugli di mezquite, stavano bene lì, ma oggi c'è la marina per i mega-yacht. E della gente nativa di Cabo San Lucas, oggi, non è rimasto più nessuno.
I giovani di oggi capiscono l'eredità che state difendendo?
Ricardo Sr.: I giovani di 15 o 20 anni non sanno niente della nostra storia. Hanno gli occhi pieni di turismo e di queste cose qui. Come ho detto, io non sono contro il turismo. Ma sono contro il fatto che i luoghi vengano spremuti. Es como cargar demasiada leña en la espalda. (È come se io ti dicessi di caricarti un mucchio di legna sulle spalle.) C'è un limite fisico a quello che un uomo o un luogo può sopportare. Se mette troppo carico, semplicemente crolla. Noi dobbiamo mantenere questo mondo per quelli che devono ancora nascere. Se continuiamo ad assecondare l'avidità, cosa gli stiamo lasciando? Solo problemi.
Noto subito la differenza di risposta ricevuta da Don Ricardo, rispetto a quella di Alicia. Si comprende facilmente come lui abbia vissuto tutta la sua vita e tutta la trasformazione di Cabo Pulmo. Non voglio disturbarlo oltre, in fondo, magari doveva andar davvero dal dottore. Si appoggia al bastone e si alza lentamente. Gli stringo la mano, ma prima di congedarmi si ferma e mi punta un dito sul petto.
"Se vuoi sapere come stiamo combattendo oggi contro chi vuole distruggere tutto questo, non chiederlo a me. Vai a cercare mio figlio, Ricardo. Lavora laggiù, nell’agenzia di subacquea. Lui sa come difendere quello che abbiamo iniziato".

La biologia del miracolo: squali toro, carangidi e rifugi climatici
Mentre mi incammino verso la sede dell'agenzia di immersioni, il Golfo di California scintilla all'orizzonte. Sotto quella superficie apparentemente placida si nasconde un'anomalia biologica che ha stravolto la letteratura scientifica globale. Uno studio decennale condotto dallo Scripps Institution of Oceanography di San Diego ha certificato che la biomassa totale dei pesci nel Parco Nazionale è aumentata del 460%, mentre i super-predatori (come squali e cernie giganti) hanno registrato un balzo sbalorditivo del 1070%. Nessuna riserva marina al mondo ha mai documentato un recupero simile.
Ma il vero miracolo di Cabo Pulmo non sono solo i numeri, è la sua straordinaria resilienza geologica e climatica. Con un'età stimata intorno ai 20.000 anni, questa è l'unica barriera corallina del Mar de Cortez e una delle più antiche del Pacifico americano. Mentre gran parte dei reef tropicali su scala globale cede allo sbiancamento a causa dell'innalzamento delle temperature e degli eventi estremi come El Niño, questa trincea di coralli porites e pocillopora mostra una sorprendente termotolleranza. Trovandosi al limite settentrionale dell'areale corallino, Cabo Pulmo funziona oggi come un "rifugio climatico", un ecosistema protetto in cui le temperature estreme dell'estate forgiano la resistenza della vita marina, offrendo riparo a tartarughe marine, enormi murene, razze e una miriade di macro-invertebrati. È un laboratorio a cielo aperto che la scienza sta studiando per comprendere come la natura possa adattarsi alla crisi climatica.
È in questo contesto che incontro Ricardo Castro Fiol. Se il padre incarna la memoria del mare esaurito, il figlio è il volto della rinascita. È un uomo solido, divemaster esperto e leader della resistenza della comunità. Nel suo ufficio, tra erogatori e bombole, c'è un trambusto vivace. Suo figlio piccolo entra ed esce, reclamando attenzioni tra una domanda e l'altra.

Il futuro di Cabo Pulmo: ecoturismo, capacità di carico e la minaccia del cemento
Ricardo, tuo padre mi ha mandato da te. Tu vivi questa rinascita ogni giorno sott’acqua. Qual è la prova di questo miracolo?
Ricardo Castro Fiol: La biomassa. È il ritorno assoluto di tutto. Quando ti immergi a Cabo Pulmo vedi una quantità ed una densità di vita che altrove è scomparsa. È pieno di squali toro, cernie giganti, banchi di carangidi così fitti da formare dei tornado che oscurano la luce del sole. Dal punto di vista ecologico, riavere i super-predatori sulla barriera è il segno inequivocabile che l'intero ecosistema è tornato sano.
Questo successo attira capitali e turisti. Quanti ne arrivano e come vi difendete dallo sviluppo selvaggio di cui parlava tuo padre?
Ricardo Jr.: Arrivano forse 20.000 turisti all'anno, gestiti da una quindicina di agenzie. Oggi lavoriamo tantissimo con messicani ed europei. Ma la nostra regola sacra è la "capacità di carico". Noi cerchiamo attivamente di frenare i numeri. Ci costa parecchia fatica e denaro. Abbiamo contro enormi investimenti immobiliari e, a volte, persino qualcuno ai piani alti che - si sa - sono sempre ben felici di accettare "aiutini" per approvare mega-strutture sulle nostre coste. Tocca a noi della comunità pagare di tasca nostra scienziati e studi di impatto ambientale per dirgli: "Guarda che se costruisci quello, distruggi la barriera". Noi non siamo contro lo sviluppo, ma vogliamo restare padroni a casa nostra e proteggere il nostro stile di vita.
Sarò provocatorio, ma perché sobbarcarvi una lotta così impari e costosa contro giganti economici e politici, non sarebbe più facile per voi accettare il cambiamento? E cosa possiamo fare noi stranieri per aiutarvi?
Ricardo Jr.: Perché non lo facciamo per i soldi, è una questione di radici. Noi non siamo contrari al progresso, ma siamo contro quello "sviluppo" che viene a schiacciare le nostre abitudini, la nostra tranquillità e l'ambiente di questa zona. Alla fine, il motivo per cui lottiamo è molto semplice: questa è la nostra terra. Noi vogliamo vivere tranquilli qui. È il posto in cui siamo nati e dove siamo cresciuti. Noi vogliamo morire nella nostra terra, in pace. Alla fine, credo che sia quello che vogliono tutti. Paradossalmente, lavoriamo ogni giorno per frenare l'eccesso di turismo proprio per non perdere tutto questo. Quello che voi potete fare è continuare a venire qui, ma slegati dalle grandi organizzazioni e multinazionali, facciamo conoscere la nostra realtá, scriviamo su internet, ma comprendetemi: abbiamo bisogno di numeri piccoli, arrivi individuali, sono loro che ci possono aiutare.
Per difendere la barriera, però, non basta guardare il mare. Voi sostenete che tutto inizia dalla Sierra de la Laguna, alle nostre spalle...
Ricardo Jr.: È essenziale. Anche se non conosco i paroloni tecnici da scienziato, è ovvio che è tutto connesso. In alto c'è la montagna. Quando piove, l'acqua scende giù rapida per gli arroyos (i torrenti secchi) e porta con sé verso il mare un'enorme quantità di nutrienti. Mi spiego? Questi nutrienti arrivano alla baia e innescano la catena alimentare: nutrono i piccoli organismi, che diventano cibo per i pesci medi, fino ai grandi carangidi, agli squali e ai coralli. Se distruggono la montagna con le miniere o bloccano l'acqua con il cemento per fare gli hotel, la nostra barriera corallina muore di fame. Il mare dipende dalla montagna e la montagna dipende dal mare.

Lascio la sede dell'agenzia di immersioni mentre il sole inizia a calare dietro le vette della Sierra de la Laguna, tingendo il deserto di viola e di fuoco. Mi fermo un istante sulla porta a salutare il figlio più piccolo di Ricardo, che per tutto il tempo dell'intervista aveva giocato lì attorno, quasi reclamando di voler esprimere la sua opinione . In effetti, ne avrebbe tutto il diritto: il futuro è suo, ma è comunque un futuro sempre troppo incerto.
Le ombre dei cactus si allungano verso il Mare di Cortez, sfiorando l'acqua dove, nel silenzio blu, la barriera corallina continua a respirare. Cabo Pulmo non è solo una storia di pesci che sono tornati. È la prova vivente che l'umanità, quando sceglie di ascoltare i limiti della natura anziché sfidarli, è ancora in grado di resuscitare i propri miracoli. E di proteggerli, una strada sterrata alla volta.

