Per la legge islandese del Medioevo, un uomo poteva cessare di esistere pur continuando a respirare. Bastava una sentenza: skóggangur. Letteralmente "andare nella foresta", ma in un'isola priva (o quasi) di alberi, andare nella foresta significava essere spinti ai margini, nel vuoto totale degli hálendið, gli altipiani dell'interno islandese.

L’Ódáðahraun non è solo un deserto geologico. È un archivio a cielo aperto della disperazione umana. Per secoli, questa distesa di lava a nord del Vatnajökull ha accolto chi non aveva altra scelta. Qui, la società civile finiva, e iniziava una brutale forma di libertà.


La morte sociale: il significato storico dello skóggangur

I fuorilegge dell'Ódáðahraun erano individui condannati allo skóggangur, una sentenza di esilio che li privava di ogni diritto civile, costringendoli a rifugiarsi nel deserto vulcanico interno dell'Islanda per sopravvivere. Il meccanismo giuridico dello skóggangur era di una semplicità letale: il condannato perdeva ogni diritto. Le sue proprietà venivano confiscate, il matrimonio annullato. Chiunque poteva ucciderlo senza incorrere in sanzioni; nessuno poteva offrirgli cibo o riparo, pena la stessa condanna.

L'esilio non era una pena detentiva, ma geografica. Il fuorilegge veniva spinto via dalle coste fertili, verso l'interno. Più grave era il crimine, più in profondità doveva spingersi nel deserto vulcanico. L’Ódáðahraun divenne così una sorta di "anti-Islanda": un regno parallelo popolato da spettri vivi che si muovevano nelle ombre del basalto.

Vasta panoramica desolata del deserto di tefra nera negli altopiani centrali d'Islanda, senza vegetazione né acqua, sotto un cielo grigio e pesante tipico del clima artico.
Il paradosso degli Altopiani Centrali islandesi risiede nella loro idrologia: pur essendo circondati dai ghiacciai, sono deserti aridi a causa dell'estrema permeabilità del suolo lavico. In questa distesa di tefra e sabbia nera, l'acqua piovana scompare istantaneamente nel sottosuolo, creando un ambiente biologicamente morto. Durante i secoli dello skóggangur (l'esilio nei boschi), questo silenzio geologico e l'assenza di risorse superficiali costituivano la vera condanna per i rinnegati, costretti a una continua migrazione tattica tra rare oasi nascoste per non soccombere alla disidratazione e all'isolamento sensoriale.

Il caso Eyvindur: vent'anni di invisibilità negli altopiani

La figura centrale di questa antropologia della resistenza è Fjalla-Eyvindur (Eyvindur delle Montagne). Nei registri del XVIII secolo, l'aspettativa di vita per un fuorilegge si misurava in inverni: il freddo spesso agiva da esecutore naturale della sentenza. Eyvindur, insieme alla moglie Halla, invece riuscì nell'impossibile, sopravvivere per vent'anni nel cuore degli Altopiani.

La loro non fu certamente un'avventura romantica, fu piuttosto un calcolo continuo delle probabilità di morte. Analizzando i resti archeologici dei loro accampamenti, emerse infatti una strategia di adattamento lucida e spietata. Eyvindur e Halla capirono che per sfuggire agli uomini dovevano vivere là dove gli uomini temevano di andare. Sfruttarono la superstizione locale: i contadini islandesi evitavano l’Ódáðahraun credendolo infestato da troll e spiriti maligni. Un perfetto scudo che trasformava il deserto in una fortezza psicologica prima ancora che fisica.

In un ambiente dove la solitudine porta all'ipotermia o alla follia, dividere il carico di lavoro significava raddoppiare le probabilità di sopravvivenza. La coppia comprese che la stanzialità era una condanna a morte. Per sfuggire alle battute di caccia, adottarono un nomadismo ciclico, spostandosi tra l'oasi di Herðubreiðarlindir e i fiordi occidentali.

Ingegneria primitiva criminale

La base operativa di Hveravellir svelò la loro strategia più lucida. Accendere un fuoco per cucinare significava produrre fumo, un segnale visibile anche a chilometri di distanza. Eyvindur aggirò il problema sfruttando la geotermia: utilizzava le sorgenti bollenti per lessare la carne di pecora. Questo metodo garantiva cibo caldo e sterile senza tradire la loro posizione.

Halla, dal canto suo, sviluppò una tecnologia di sussistenza essenziale. Senza accesso alle risorse dei villaggi, imparò a intrecciare cesti e contenitori utilizzando le radici del salice nano e i tendini animali. Questi manufatti, ritrovati durante gli scavi, permettevano di conservare le scorte e trasportare l'acqua, trasformando materiali di scarto in strumenti vitali.

Il costo biologico di una fuga

La realtà della loro esistenza mostrò il suo lato più crudo nella gestione della prole. Le fonti orali e storiche suggeriscono che Halla partorì durante l'esilio, ma un neonato nel deserto lavico rappresentava un rischio insostenibile: richiedeva risorse inesistenti e un pianto di un neonato poteva compromettere il silenzio necessario alla fuga. La sopravvivenza del gruppo impose scelte di un pragmatismo brutale, con bambini spesso abbandonati ai margini delle fattorie o vittime degli elementi.

Quando vennero catturati, ormai anziani, Eyvindur e Halla erano diventati organismi simbiotici con il deserto. La loro biologia si era settata sui ritmi dell'Ódáðahraun al punto che il ritorno alla "civiltà" fu fatale quanto l'esilio stesso.


Ingegneria della sopravvivenza nel deserto lavico

Come abbiamo appena visto nel caso di Fjalla-Eyvindur e Halla, vivere nell'interno richiedeva una totale riscrittura delle abitudini quotidiane. La caccia e la raccolta si trasformarono in furto sistematico e uno sfruttamento estremo delle risorse.

La dieta del rinnegato e le risorse scarse

Senza accesso al mare, la dieta si basava sulla carne di pecora rubata agli allevamenti estivi e, nei periodi più duri, sulla carne di cavallo. L'integrazione vegetale era minima, limitata alle radici di Angelica archangelica, ricche di vitamina C e unico baluardo contro lo scorbuto.

Architettura sotterranea nei tunnel di lava

Accendere un fuoco con legna secca o sterco era altamente sconsigliato e in questo veniva in aiuto la geotermia dell'isola con le sue sorgenti calde. La casa tipica del fuorilegge era una hellir, una grotta naturale o un tunnel di lava collassato. Queste cavità offrivano un vantaggio tattico insuperabile: mimetismo assoluto. L'ingresso, spesso poco più di una fessura tra le rocce laviche taglienti, veniva nascosto con pietre e muschio. Dentro, isolavano il pavimento con strati di ossa di animali e pelli per difendersi dal freddo del permafrost.

Tramonto drammatico con luce arancione sulla montagna a tavola Herðubreið che si erge solitaria sopra il campo lavico scuro dell'Ódáðahraun negli altopiani d'Islanda.
Il profilo inconfondibile del monte Herðubreið, geologicamente classificato come tuya (vulcano subglaciale a cima piatta), fungeva da faro naturale per chiunque si avventurasse nel deserto dei misfatti. Soprannominata la "Regina delle Montagne", la sua presenza segnalava la vicinanza dell'oasi di Herðubreiðarlindir, uno dei pochi punti di rifornimento idrico e rifugio storico per gli esiliati. Questa luce al tramonto sulla lava scura non è solo estetica, ma rappresenta la geometria della sopravvivenza: un punto fermo e visibile che permetteva l'orientamento in un paesaggio altrimenti privo di coordinate e perennemente mutevole.

L'eredità nel paesaggio e nella toponomastica

Oggi, attraversare l’Ódáðahraun significa camminare sopra questa storia silenziosa. I toponimi stessi della regione sono cicatrici linguistiche lasciate da questi uomini: Eyvindarkofaver (i rifugi di Eyvindur), Þjófadalir (la valle dei ladri).

Non erano eroi. Erano uomini e donne ridotti all'essenziale, costretti a regredire a uno stadio di cacciatori-raccoglitori in un ambiente che non prevedeva la presenza umana. La loro esistenza ci ricorda che la capacità di adattamento dell'uomo non emerge nel comfort, ma nel trauma dell'esclusione.

Il silenzio come dato antropologico

Ancora oggi, quando si raggiungo certi angoli dell'isola, il silenzio dell'Ódáðahraun è una presenza fisica, e in fondo - mi piace pensare - che sia anche l'eco di chi ha dovuto trattenere il respiro per vent'anni pur di non essere trovato.

Per gli skóggangsmenn, questa densità sonora rappresentava l'essenza stessa della condanna. Il deserto offriva sicurezza e strategia, ma il prezzo da pagare era la recisione totale con l'umanità. Nella nostra epoca iper-connessa, tutto questo è difficile anche solo da immaginare. Senza il brusio costante della civiltà a fare da "rumore bianco", l'uomo è costretto - giorno dopo giorno - a un confronto brutale e immediato con la propria coscienza.

Andare in questo deserto non serve per scappare dalla società o per cercare risposte mistiche. Serve - in quel poco tempo della nostra permanenza - per provare a sperimentare le stesse condizioni operative di Fjalla-Eyvindur. La roccia è rimasta immutata; il vento che sferza gli altopiani è lo stesso che congelava le notti del XVIII secolo.

Mettersi in ascolto, in un luogo che nega il suono, è l'atto finale di comprensione. Significa accettare che la natura non comunica con noi, non ci accoglie e non ci punisce. Semplicemente, ci ignora. E in quella indifferenza geologica, risiede l'unica, vera forma di libertà che i fuorilegge abbiano mai posseduto.


Alcune fonti consultate: