Il Tor des Géants non è una semplice competizione sportiva, ma uno spettacolare pellegrinaggio laico di 330 chilometri che si srotola in modo silenzioso nel cuore dell'Europa, all'ombra del Monte Bianco e del Cervino: un cammino ininterrotto di 24.000 metri di dislivello positivo dove si sale e si scende fino a perdere la cognizione delle ore, sprofondando in un viaggio dentro di sé, in cui il tempo normale evapora, lasciando spazio soltanto al ritmo roco (e ostinato) del proprio respiro e alla maestosa alternanza della luce dei valichi d'alta quota e dell'oscurità che la sera inghiottisce i superstiti lungo il sentiero.
A settembre avrò il privilegio di essere alla partenza di questo incredibile evento ed immergermi completamente in questa nuova dimensione: un obiettivo grande, ma che segna l'inizio di un capitolo profondamente personale e professionale.
Il richiamo della Valle d'Aosta: esplorare l'ambiente estremo del Tor des Géants
Da anni - oserei dire da sempre - la mia passione mi spinge ad indagare le modalità con cui il corpo umano si adatta agli ambienti più inospitali del pianeta, eppure è passato tanto tempo da quando vivevo sui terreni di gara, ormai allenandomi per lo più per miei progetti personali. Ma il richiamo di queste altitudini ha una risonanza diversa, più intima, pervasiva e più potente. In un periodo in cui - per cause di forza maggiore dovrò rivedere un po' il mio calendario generale - sono contento e curioso di rimettermi in gioco e aver un obiettivo (oggettivamente) troppo grande. Partecipare al Tor significherà "spogliarsi" di tante sfaccettature moderne per ritrovare un'essenzialità dimenticata, accettando una vulnerabilità ed una fragilità decisamente logoranti, ma che sono curioso ed entusiasta di andare a ritrovare. Sono consapevole che il mio calendario mi imporrà sacrifici e sforzi (di cui - sinceramente - non so se sarò in grado di sostenere) per cui il vero obiettivo valdostano sarò solo quello di andare il più lontano possibile.
Finire il Tor sarebbe un sogno, ma sono realista, consapevole dei miei limiti e dei miei tanti impegni in giro per il mondo per cui andrò alla partenza di Courmayeur solo con l'idea di godermi ogni metro del percorso fin dove arriverò. E non vedo davvero l'ora di tutto questo. Ne avevo bisogno!

Decodificare la resistenza umana in alta quota
Nei mesi che precedono l'evento, mi piacerebbe condividere le tappe di questo mio percorso di avvicinamento. L'obiettivo non è presentare un freddo diario di allenamento, ma documentare i mille aspetti che una simile prova richiede e fornire un'osservazione di quella che potrebbe essere, quantomeno, un grande adattamento personale. Affrontare un viaggio di tale portata richiede importanti volumi e soprattutto una riprogrammazione fisiologica profonda: il sistema nervoso centrale dovrà essere addestrato alla prolungata privazione del sonno, mentre la parte metabolica sarà chiamata ad essere efficiente in condizioni di persistente ipossia e affaticamento sistemico. Nelle prossime settimane, vorrei analizzare queste dinamiche con maggiore precisione, testando me stesso ed illustrando così come la biologia umana possa espandere i propri confini naturali.

I mesi della polvere e del dislivello: la rotta di avvicinamento al Tor
Nei prossimi mesi, come è giusto che sia, vi saranno delle tappe di avvicinamento, a partire dall'UTLAC di inizio maggio sui sentieri di casa attorno al Lago di Como, per proseguire con altri appuntamenti come quello nella bellissima Valmalenco a luglio, oltre ai tanti sopralluoghi sui sentieri valdostani, tra cui il famigerato Col de Malatrà. L'entusiasmo è tanto, la voglia di tornare a far qualcosa di nuovo altrettanto alta: la capacità di mantenere lucidità quando le risorse scarseggeranno, la gestione calcolata dell'imprevisto e l'accettazione del disagio transitorio sono princìpi che per ora ignoro, ma ai quali non vedo l'ora di mettermi alla prova.
Il Tor des Géants si profila dunque non solo come un'esplorazione fisica personale, ma come un'opportunità ineguagliabile per il mio futuro e per decodificare i meccanismi più raffinati della mia resilienza. E così questo 2026 si srotolerà come un anno con tanti impegni, ma in cui l'unica rotta di pensiero punterà verso quelle creste affilate che tagliano il respiro e il cielo notturno della Valle d'Aosta, bruciando riserve lipidiche e incertezze nel silenzio immenso e freddo dell'arco alpino. Il denominatore comune sarà sempre quel battito del cuore che rimbomba nel cranio, mentre le cellule mendicheranno ossigeno: un rincorrersi di passi pesanti e visioni poco-lucide su sentieri pronti a consumare suole, mitocondri e pensieri fino a che il sole non sorgerà di nuovo, e poi ancora un'altra alba, e un'altra ancora, in una magnifica e brutale danza di resistenza che - alla fine - è la vera essenza del nostro stare al mondo. #RoadToTor...