Saskatchewan River Crossing, Canada. Fine maggio. - Temperatura oltre i venticinque gradi, nonostante il calendario indichi ancora primavera. Mi fermo sul bordo del sentiero e guardo il fiume che cambia colore continuamente: grigio dove l’acqua è profonda, verde dove rallenta, bianco dove incontra i massi.
Sono fermo da cinque minuti quando mi rendo conto di essere rimasto solo. Il gruppo che sentivo chiacchierare in lontananza non c'è più, e il ragazzo che era poco dietro di me è tornato subito indietro. Poco male, in teoria. Però questa mattina, a pochi chilometri da qui, ho incontrato due orsi a bordo strada. Nessuna copertura telefonica, niente zaino, con me solo il sentiero che si perde nella vegetazione. E i primi (inevitabili) pensieri.
Smetto di chiedermi cosa sto guardando. Comincio a chiedermi chi mi stia guardando.
Aldo Leopold, nel 1949, scrisse che il selvaggio è la materia prima di cui è fatto l’uomo: non una ricerca estetica, non uno sfondo per le nostre vacanze, ma il substrato da cui la specie umana è emersa e a cui continua, in qualche modo, a tendere. Arne Næss, filosofo norvegese fondatore dell’ecologia profonda, andava oltre: sosteneva che separare l’uomo dalla natura fosse un errore concettuale prima ancora che etico. Non siamo dentro la natura; siamo parte della natura, e fingere il contrario ha un costo.
Cerco di tenere la mente occupata. Penso al guardaparco di Banff con cui ho parlato qualche giorno fa. Il problema con i visitatori, mi ha detto, non è che non rispettino il parco. È più profondo: non lo vedono proprio. Arrivano con aspettative precise: l’orso, il cervo, il tramonto sul lago, e quando le trovano smettono di cercare. Il parco è solo una lista da spuntare.
Quello che rimane fuori dalla lista è quasi tutto: la direzione del vento che cambia sul versante nord, la differenza tra il comportamento di un corvo e quello di una ghiandaia, il modo in cui la foresta boreale odora diversamente a seconda di quanta pioggia è caduta nelle ultime quarantotto ore. Dettagli che non servono per ottenere alcuna fotografia, ma che nel tempo potrebbero portare a qualcosa di più utile: la comprensione di un luogo, o meglio, la comprensione di una parte di mondo.
Sulle Rockies, così come sulle Alpi, il paesaggio è diventato ormai un contenuto. Qualcosa da documentare, da portare a casa in forma di immagine. I sentieri sono frequentati, i parcheggi pieni, i punti panoramici segnalati su ogni piattaforma. Non è la fotografia in sé il problema: ho studiato i grandi fotografi americani, e anche a me piace scattare e ad ammirare una bella immagine.
Il problema piuttosto è il rapporto che quella logica porta con sé: il luogo - inteso come ecosistema che esige attenzione e rispetto - rimane invisibile.
Lorne Fitch, biologo che lavora sulla gestione degli spazi naturali nell’ovest canadese, usa un’espressione che mi è rimasta impressa: the illusion of wildness. L’illusione del selvaggio. Luoghi che appaiono incontaminati, venduti come tali, ma permeati da infrastrutture, regolamentazione, una presenza umana così costante da alterare i comportamenti degli animali, i cicli delle piante, la stessa composizione del suono.
Charles Larcy ha documentato come nelle aree alpine anche la sola presenza discontinua di visitatori (persone che si comportano correttamente, che non lasciano rifiuti, che seguono i sentieri.. brave persone, insomma) modifichi le rotte di spostamento degli ungulati e comprima le zone di alimentazione degli orsi. Non è una questione di cattiva condotta, è una questione di numeri, e di volumi.
La domanda che mi sono così trovato a fare, per tenere la mente (la mia vera nemica) occupata, è stata: a cosa servono quindi questi luoghi selvaggi? Me ne sono accorto subito: il verbo "servire" conteneva già il problema. Implica una funzione strumentale: qualcosa per qualcuno. Servono alla salute mentale dei cittadini, all’industria del turismo, ai brand della moda, a compensare impronte di carbonio: tutte risposte vere, ma nessuna sufficiente.
Il selvaggio non serve, esiste. La differenza non è filosofica, è operativa.
Un luogo che esiste per sé stesso richiede un tipo di attenzione diverso da uno che esiste per noi. Richiede di accettare di non capire tutto quello che vi accade, di non averne il controllo, di essere potenzialmente pericoloso o di essere esso stesso in pericolo. Gli orsi stamattina erano solo un promemoria che stavo attraversando un territorio con le sue regole e le sue dinamiche, nelle quali io non ero incluso.
Non lo so ancora, in fondo. Forse...
Sempre Leopold scrisse che il valore di un’area selvatica può essere compreso solo da chi è disposto a muoversi al suo ritmo, non al proprio. Camminare soli senza copertura telefonica nell’habitat naturale dei grizzly è stato un caso mal gestito, non una prova di resistenza. Non un vanto.
Ma se vogliamo proprio trovare un’utilità in tutto, posso dire che quella mente che cercavo in qualche modo di distrarre, almeno mi ha detto una realtà precisa: io non sono pronto ai luoghi selvaggi. E forse è esattamente questo che i luoghi selvaggi servono a dirci. Non siamo il centro: il territorio faceva le sue cose molto prima che noi arrivassimo, e le farà ancora dopo.
(Alla fine, evidentemente, l’orso aveva altro da fare e avrà scelto altri percorsi, ndr).
