C'è una verità che tutti dovrebbero conoscere in questi giorni, anche se sui media nostrani è passata per lo più inosservata e Google l'ha messa in pratica in modo un po' nascosto, come quel vecchio odioso compagno di classe lecchino della maestra. L'origine della parola Ontario è una storia molto più vecchia di qualsiasi cosa chiamata Canada, e soprattutto immensamente più antica di quell'invenzione su carta che sono gli Stati Uniti.
Mai avrei pensato (e voluto) parlare qui di politica, e sinceramente spero in qualche modo solo di sfiorarla, anche se è di pochi giorni fa l'ennesima notizia dall'assurdo teatrino del mondo moderno. Il 27 agosto del 2026, quel buon vecchietto di Donald si è seduto alla sua scrivania, ha preso carta e penna e ha firmato uno dei suoi ordini esecutivi, decidendo che da quel momento le agenzie federali avrebbero dovuto chiamare il Lago Ontario, "Lake America". Trenta giorni di tempo per modificare la mappa. Se guardiamo bene, non sarebbe neanche la prima follia del genere, visto che già nel freddo gennaio del 2025 aveva preso il Golfo del Messico per ribattezzarlo "Gulf of America", con la stessa cieca presunzione.
Ma fortunatamente a Ottawa, il neo-primo ministro canadese Mark Carney non ha risposto con la solita fredda nebbia diplomatica. Ha preso il suo telefono e su X ha sganciato una piccola, sacra lezione di antropologia: ha ricordato a tutti che l'anima di quel lago vibra nella vecchia parola wendat Ontarí'io. Significa semplicemente il lago è bello, il lago è grande. È un suono puro, un toponimo che respirava nei boschi molto prima che qualcuno pensasse alla Confederazione canadese o si sognasse di firmare la Dichiarazione d'indipendenza.
A duecento miglia di distanza, appena fuori Québec City, il Gran Capo della Nazione Huron-Wendat, Rémy Vincent, ha sentito quella notizia come uno schiaffo nel vento. Ha parlato di profondo sgomento e ha usato senza paura la parola "eradicare". Perché è di questo che si tratta, no? Un presidente che cerca di spazzare via la memoria antica di un intero popolo con una sola, distratta, firma di penna. E noi - noi che ci crediamo spiriti liberi che camminiamo su questa terra - non possiamo che stare spalla a spalla con il popolo nativo a difendere (una volta di più) le loro origini, il loro territorio, la loro lingua.
Come si chiamava il lago Ontario prima del nome attuale
Secondo diverse fonti, fu Étienne Brûlé nel 1615 il primo europeo a posare gli occhi su quelle acque. All'inizio, con la solita presunzione del vecchio mondo, i francesi provarono a bollarlo con un anonimo e triste toponimo: Lac St. Louis. Nel 1647, un missionario gesuita (appartenente a quel genere di uomini con la tonaca sporca di fango che spesso incrociamo nei racconti epici della Baja California), annotava nei suoi diari di un "lago chiamato Ontario, che noi chiamiamo Saint Louys". Due mondi, due nomi, costretti a convivere forzatamente sulla stessa carta pecora.
Nel 1660 un altro gesuita, François Du Creux, lo incide in latino come Lacus Ontarius, finché nel 1688 arriva il cartografo della Repubblica di Venezia, Vincenzo Coronelli. Cercando di abbracciare tutta quell'immensità sulla sua mappa della Nuova Francia, Coronelli mette insieme il caos e lo fissa in un palinsesto affascinante: Lac Frontenac ou Ontario et Skaniadorio ou St. Louis. È la dimostrazione di come la toponomastica europea cercasse disperatamente di ingabbiare un suono che i nativi pronunciavano da secoli. Un secolo intero prima che nascessero gli Stati Uniti, due secoli prima della Confederazione. E ricordiamolo sempre: è stata la provincia, nel 1867, a dover prendere in prestito il nome dal lago, non il contrario.
Wendat o haudenosaunee: qual è la vera origine del nome Ontario
Per dovere di cronaca, va detto che questa radice è profondamente irochese, ma quale specifica lingua l'abbia cantata per prima è una di quelle storie ancora aperte. Un cold case linguistico, un sussurro conteso tra i Wendat e gli Haudenosaunee.
John Steckley, un brillante studioso che ha passato quarantacinque anni della sua vita ad ascoltare i "fantasmi" del wendat, vivendo a stretto contatto con la Wyandotte Nation in Oklahoma, afferma che derivi da Ontarí:io, il grande lago bello. O forse da oniatarí:io, il lago dalle acque scintillanti. Ma se attraversassimo le foreste e andassimo a chiedere altrove, troveremmo chi giurerebbe che la radice appartenga alla grande Lega delle Sei Nazioni, la Confederazione Haudenosaunee, le cui antiche voci parlavano di Skanadario o Kanadario. Acqua bella, acqua che brilla.
Il significato, in fondo, cambia poco. Ma va ricordato che i Wendat e gli Haudenosaunee erano fratelli di sangue e di terra, eppure fieri rivali, intrappolati in quel tragico conflitto seicentesco noto come le Guerre del Castoro, che finì per spezzare e disperdere la nazione wendat. Decidere oggi di chi sia la parola non è un polveroso gioco per topi da biblioteca: è cercare di capire chi ha lasciato la propria impronta spirituale più profonda su una terra sopravvissuta a entrambi. Non spetta a noi, e certo non alla cronaca frettolosa di oggi, sostituirci a chi studia quelle antiche grammatiche. Quello che conta qui, e che va gridato forte e chiaro contro ogni arroganza politica o contro l'indignazione algoritmica di giganti ciechi come Google, è che il nome appartiene alla terra e alla sua gente indigena. E così deve restare!
I nomi indigeni degli altri Grandi Laghi: Erie, Michigan, Huron e Superior
Del resto, l'Ontario non è un caso isolato in quel nord sterminato. Se osserviamo i Grandi Laghi su una mappa, quattro su cinque portano i nomi di chi c'era prima. Erie discende da Erielhonan, la "coda lunga" degli irochesi, il nome di un popolo che abitava le sponde del sud prima di essere cancellato dai venti della guerra. Michigan è puro ojibwe, da mishigami, la grande acqua. Huron è un'etichetta posticcia, un riferimento dispregiativo francese appiccicato addosso ai wendat; ma se si guarda la mappa di Nicolas Sanson del 1656, troviamo il suo nome vero: Karegnondi, il mare d'acqua dolce. Solo il Superior si porta dietro la noia della matrice europea, a indicare banalmente che si trova a un'altitudine e latitudine maggiori.
Lo stesso possiamo dire delle grandi città che punteggiano il confine. Toronto è l'eco del termine mohawk Tkaronto, che parlava di alberi conficcati nell'acqua per pescare; Ottawa canta il nome degli algonchini che dominavano il commercio sul fiume (da Adawe, commerciare); Mississauga è puro sangue anishinaabe, la gente della grande foce. Leggere queste mappe non significa ripassare la storia di coloni che hanno battezzato il vuoto. Significa scivolare su una mappa nativa, trascritta più e più volte da esploratori che hanno ascoltato i ricordi della gente, li hanno annotati e, a loro modo – specie se paragonati ai grotteschi tentativi di riscrittura dell'epoca moderna – li hanno rispettati.
La rinascita della lingua wendat, dal dizionario del 2007 a oggi
Nel 2007, John Steckley ha pubblicato il primo dizionario huron-inglese dopo oltre due secoli e mezzo di silenzio, rielaborando i testi e le grammatiche redatte proprio da quei missionari gesuiti tra il Seicento e il Settecento. Nello stesso anno, all'Università Laval di Québec, è stato stanziato un milione di dollari per un progetto straordinario chiamato Yawenda ("La Voce"), per costruire gli strumenti necessari a insegnare di nuovo l'huron. Oggi, linguisti e anziani chiamano a raccolta la comunità, insegnando ai giovani a parlare una lingua che cinquant'anni fa tutti davano per spacciata. È un grande coro ininterrotto, che unisce i vecchi che non ci sono più ai ragazzini che devono ancora arrivare.
E così, quella stessa parola srotolata per la prima volta lungo le rive dei Grandi Laghi secoli fa, oggi risuona ancora libera nell'aria fredda di Wendake. Qualcuno, da una scrivania lontana, vorrebbe cancellarla con un decreto. Noi forse non sappiamo parlarla, ma continueremo a farla risuonare, difendendone ogni singola sillaba. Con buona pace di certi politici di passaggio.
